sabato 14 giugno 2014

SACCO 5P




Medico, durante la seconda guerra mondiale, Alberto Burri vive tutte l' esperienze negative che un guerra possa offrire. Deportato come prigioniero nel campo di Hareford (Texas), e brutalmente colpito da questo capovolgersi di eventi, Burri, decide di lasciare la professione medica per dedicarsi interamente all'arte. Colmo di dolore e provato dal drammatico ambiente che lo circonda dove tutto è spento, l'ex medico decide che è arrivato il momento di curarsi.
Un sacco, un semplice e umile sacco di juta (usato all'epoca per il trasporto di medicinali), colpisce la sua attenzione: la salvezza di Burri. Sofferenza, angoscia, disperazione, tormento. L'artista mette tutto nel sacco, che taglia e cuce, che strappa e rammenda. Non sono i meccanici gesti di un medico qualsiasi ma è l'anima di Alberto stesso a compierli; il dolore dentro di lui è talmente grande che sente il bisogno di rigettarlo fuori, quasi a vomitarlo, e getta sul sacco anche della vernice rossa, il colore che l'accompagna dall'inizio della sua sofferenza, il colore delle ferite, il sangue umano. Tutta la sua fraudolente esistenza rappresentata da un sacco macchiato e logoro,  che urla dolore da tutte le parti. Ma che trasmette e vuole insegnare a chi guarda:“ i tessuti lacerati dalla violenza”, la realtà di Burri che si fa arte e l'arte che si fa realtà. C'è pathos, c'è orrore e crudeltà ma c'è anche meraviglia, difatti l'uso dei materiali usati dall'artista, se pur apparentemente informi, fa si che nasca una perfezione cromatica e geometrica, in cui linee, forme e colori sono assolutamente equilibrati ed equabili. La grandezza di Alberto Burri sta nel fatto che esso, da una più totale sofferenza, sia riuscito a creare una svolta positiva che, in un contesto del genere, rappresenta un grande esempio di forza e speranza.


FRM

sabato 7 giugno 2014

Si sta come d’autunno sugli alberi, le foglie

Foto di F.R.M.
Lungo la tua esistenza, sovente, vieni articolata come una persona fredda, lontana e distaccata che dice le cose in modo sgarbato e mai gentile. In pochi osano chiederne il perché, di questa tua imperturbabilità come se fosse una cosa difficile da capire; in realtà la risposta è molto semplice: in una mattina d’autunno, vuoi per ogni singola caduta delle foglie secche, vuoi per la presenza di un amore brutale, vuoi per la salute precaria dei tuoi cari, ti ritrovi a guardarti allo specchio e di non sapere più chi sei diventata… ti guardi ma non ti vedi, ti giri attorno come per cercarti, come per capire ma non c’è niente da capire… ti sei persa, è questa la verità. Inizi cosi un calvario nel quale lotti incessantemente, una lotta che affronti da sola, quasi fosse un cancro da estirpare. Ti ritrovi in una realtà scomoda perché improvvisamente, come se ti svegliassi, ti rendi conto di essere in uno stato precario ormai da troppo tempo, con i piedi già sepolti nella terra e il cielo che lo reggi a fatica sulle spalle, sentendoti così stretta ovunque ti trovi, incastonata in una roccia e non importa se hai cercato nella tua vita, nella tua famiglia, nei tuoi amici, nel tuo lavoro o addirittura nella tua solitudine…  non c’era spazio e, a poco a poco, stai soffocando; per questo, smarrita, hai iniziato a chiedere aiuto ma non hai trovato nessuno, la gente sembra scappare quando c’è d’affrontare il dolore, ecco perché non capisce. Alla fine di tutto questo, non ti importa perché, nel profondo di te stessa, sei consapevole che, se ti sei fatta del male, è semplicemente perché tu lo hai permesso, perché tu ti sei distrutta e tu devi ricostruirti e l’unica maniera per farlo è perdonarti…

Perdonare, una sola parola che racchiude un’intera esistenza. Perdonarsi perché stai soffocando. Perdonarsi perché non ce la fai più. Perdonarsi perché, non farlo, è morire. Perdonarsi per poter ritornare ad amare. Perdonarsi perché stai precipitando, proprio come una foglia in autunno, sospesa tra il nulla e l’addio di una vita che non è più tale, perché ti senti accartocciata, messa da parte (perché è questo che hai subìto negli ultimi tempi), pestata e ogni volta ch vieni pestata, fai lo stesso rumore delle foglie sparse lungo i viali - “Crack” - incessantemente, indicibilmente e non importa chi passa perché chiunque ti calpesta. Ti ritrovi per strada allo stesso modo dei cani che vengono abbandonati e ti guardi intorno senza una meta, senza sapere che fare o dove andare e tendi a riportare il cervello, mille e più volte indietro, a qualche punto della tua vita in cui magari ti è sfuggito qualcosa… Oppure hai talmente paura che prendi la macchina ed inizi a correre, giri per ore alla ricerca di un posto che possa ricordarti chi eri o quantomeno che possa spiegarti che fine hai fatto… ma, persa cosi, non arrivi a nulla… questo momento si chiama “esasperazione”, esso, rappresenta il punto di non ritorno ed è li che inizi a piangere, lacrime e lacrime, vomiti, pianti e dolorosi affanni, soffri ma non ti fermi perché sei arrivata, perché sei sfinita, sei cosi stanca che non importa più nulla… ma più piangi, più ti scavi dentro, è una bella sensazione, un raggio di luce che porta una effimera speranza, che fa la differenza. Con quell’esiguo raggio riesci a vederti, eccoti, sei disseminata a terra, sparsa per tutto il pavimento in tanti piccoli cocci… ecco perché non riuscivi più a vederti, a riconoscerti… ed è proprio da lì che devi ricominciare, devi trovare la forza per spazzare via le foglie e i rami secchi per poter far sbocciare i nuovi germogli dal tuo albero spoglio, per ricominciare a fiorire di nuovo perché, ritrovarsi, è un avventura, la più bella e la più difficile della nostra intera esistenza e non c’è niente di più bello perché, con la consapevolezza del senno di poi, una persona in primavera la si riconosce subito, la si respira come fosse aria pulita, è come le montagne, bisogna generare un sisma per far si che una di essa nasca, energia pura come fosse vita, la vita stessa.  

F.R.M.